Resilience Conference 2017: come è andata?

Se state leggendo queste righe è probabile che i concetti di Transizione e resilienza non vi siano nuovi. Ci sono buone probabilità, allora, che se vi dico ‘Johan Rockstrom’ o ‘Stockholm Resilience Center’ altre lampadine si accendono, non è così?

Ed è un bene: lo Stockholm Resilience Center è il più importante centro di ricerca accademica al mondo sulla resilienza applicata, in questo caso, ai SES, ovvero i sistemi socio-ecologici. Le motivazioni sono le stesse che muovono l’esperimento della Transizione, ma qui si preferisce studiare, produrre ‘papers’ e dilungarsi in infinite conversazioni tra computer e scartoffie, tra un aula di studio e la macchina del caffè, che in Svezia costa tanto e non è poi così buono.

In una delle opere d’arte del centro, trovo questa bella definizione:

“Impegnarsi per una biosfera resiliente non significa preservare lo status quo e circumnavigare il cambiamento. Si tratta di avere la capacità di gestirlo e convivere con esso. Il mondo è complesso e dinamico, pieno di incertezze e imprevisti e in cui i rapidi cambiamenti non sono più eccezioni ma la norma. Grandi svolte e tipping points ci aspettano dietro l’angolo. Il pensiero resiliente ci incoraggia ad anticipare, adattare, imparare e trasformare le azioni umane in vista delle sfide senza precedenti del nostro mondo sempre più complesso e turbolento.”

Insomma avete capito, questi fanno sul serio. Ma cominciamo dall’inizio.

Scendo dall’aereo e Juan del Rio dell’hub spagnolo è lì che mi aspetta. Dobbiamo correre a casa di Pella, la nostra ‘collega’ locale che vive a 15 minuti d’auto dal centro di Stoccolma, tra boschi infiniti, laghi, fiordi e bellissime casette di legno.

Un piccolo paradiso in cui non poteva mancare un giardino foresta, una bella serra per sopravvivere alle rigide temperature degli inverni nordici e tanti animali, tra cui alcuni simpaticissimi maialini.

Al termine di un rigenerante pomeriggio tra i sentieri di questo luogo magico, ci rifugiamo in casa per una cena a lume di candela con la famiglia di Pella e qualche curioso amico dell’iniziativa locale.

 

Sembra proprio di essere a casa, di conoscere tutti da tanto tempo: ci scambiamo sguardi di intesa quando cominciamo a raccontare dei successi e dei fallimenti dei nostri progetti, ridiamo, scherziamo, esprimiamo senza timore paure e speranze nel vivere in questo strano pianeta. Oh, e condividiamo ovviamente barzellette e video trash su youtube!

È bello vedere come in tutte le comunità del mondo – piccole o grandi che siano e con culture differenti – ci trovi sempre le stesse dinamiche e le stesse storie.

Si, probabilmente in Svezia sono culturalmente più avanti di noi in termini di sostenibilità e poi come non invidiare tutte quelle foreste e spazi selvaggi? Noi ce la sogniamo una densità di 20 abitanti per kmq! Provate voi però a coltivarvi l’orto invernale con 3-4 ore di luce al giorno, mica semplice. In ogni caso, è proprio difficile non innamorarsi di questi luoghi.

“Pella, possiamo stabilirci da te per qualche mesetto?” Magari..

Il giorno dopo infatti siamo costretti a salutare tutti per spostarci in fretta nel centro di Stoccolma, ospiti in un palazzo a dir poco ‘spaziale’, pieno di tecnologia, lusso e enormi vetrate sulla Stockholm City Hall – che per chi non lo sa è la location dove vengono tenute le cerimonie di consegna dei premi Nobel. Insieme a noi ci sono circa 1000 partecipanti provenienti da 70 nazioni, per la maggior parte studiosi e ricercatori ma anche qualche ‘practitioner’. Ecco, practitioner è il termine che si usa in questi ambienti per indicare le persone che ‘fanno cose’ e che sperimentano la resilienza sul campo, quelli come noi in altre parole. Insomma, siamo passati dalla natura selvaggia ad un luogo particolarmente affollato, che per tre giorni ci offrirà una lunga lista di sessioni e workshop. Se ci si perde ci viene in aiuto il pdf del programma, che conta circa 440 pagine e manca un indice a cui fare riferimento, chi lo legge è bravo!

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Come ad ogni conferenza cominciamo a fare cose e vedere gente: strette di mano, sorrisi, qualche sorpresa (ma dai! sei anche tu coinvolto in una TI?), ci si scambia i propri biglietti da visita (mannaggia non ci avevo pensato!) e si sperano di trovare le persone giuste con cui iniziare nuovi progetti o collaborazioni.

Già dalla cerimonia di apertura capisco quale sarà il mio home group: Juan, Pella, Monica (dell’hub brasiliano, che abbiamo subito riconosciuto tra la folla) e Martin, un amico meteorologo di Pella, il nostro Luca Lombroso nordico che ci aiuterà a raccogliere foto, video e interviste con i personaggi illustri.

Ed eccone subito una con il boss dello Stockolm Resilience Center, Johan Rockstrom: chi meglio di lui sa riassumere cosa significa vivere nell’Antropocene e dell’importanza di sviluppare resilienza? (attivate i sottotitoli!)


Una volta iniziata, la conferenza non si dimostra poi così emozionante. I titoli delle sessioni ci ispirano ma una volta lì comincia la frustrazione: sia per i ricercatori, che dispongono in media di 5 minuti per presentare i risultati dei loro studi, che per i practitioners, che vi trovano poche informazioni utili e poco interesse in ciò che viene presentato.

In ogni caso giro con curiosità e stupore in questo mondo accademico, che non avevo mai visto così da vicino e che trovo affascinante nonostante le sue ‘grandi’ imperfezioni.

È grazie a Juan, poi, se ho il privilegio di conoscere Lorenzo Chelleri, un ricercatore italiano esperto di resilienza urbana all’Università di Barcellona, che da tempo collabora con Juan e il resto dell’hub spagnolo. Lorenzo mi racconta tutti i retroscena del mondo accademico, i meccanismi visibili e invisibili, fino alla corsa al ‘rispetto’ che in questo ambiente, in modo simile ai ‘mi piace’ di facebook, dipende dal numero di citazioni delle proprie pubblicazioni nei paper di altri autori.

‘Hey, quella ha 15.000 citazioni, andiamo ad intervistarla!’

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Il tempo passa in modo leggero ma veloce finché, con la testa appesantita e confusa, ci ritroviamo alla plenaria finale per le ultime considerazioni sulla conferenza da parte dei più esperti. Per fare domande non occorre alzare la mano e richiedere il microfono, basta un tweet sul web. Pella è la prima ad estrarre il cellulare e la sua è anche la prima domanda posta a Rockstrom e colleghi: ‘quali sono le domande scomode che dobbiamo farci quando lavoriamo per produrre resilienza?

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Tutti ci danno risposte abbastanza insoddisfacenti a parte Rockstrom – che noi ormai chiamavamo amichevolmente ‘Rocky’ – che con coraggio va dritto al punto:

“ È sempre importante ricordare a noi stessi la differenza tra resilienza e sostenibilità: la sostenibilità è per definizione sempre ‘buona’, mentre la resilienza può essere ‘cattiva’. La domanda scomoda che dobbiamo porci è: qual’è la resilienza che dobbiamo abbattere? Quali sono le strutture della società che mantengono lo status quo e che sono inconsistenti per una trasformazione verso un futuro sostenibile? Quanto è stato resiliente il sistema finanziario, ad esempio, che dopo lo shock del 2008 è rimbalzato indietro ed è tornato nel suo comportamento insostenibile e improntato al breve termine? E quali sono gli altri grandi sistemi di cui dobbiamo abbatterne la resilienza? È un ambito accademico scomodo ma che dobbiamo affrontare. 

Ci sono molti sistemi culturali nella società di cui tutti noi siamo vittime. Possiamo ad esempio prendere un aereo per tornare a casa dopo la conferenza e sentirci a nostro agio. Questi profondi cambiamenti mentali sono importanti.

Ad esempio, abbiamo tutti vissuto la grande transizione delle sigarette. Una volta andavi in qualsiasi luogo e tutti fumavano. Era un fatto normale della vita, ma se qualcuno passasse di qui adesso con una sigaretta accesa lo butteremmo fuori, sarebbe un comportamento inaccettabile. Eppure ogni giorno vado in giro in bicicletta e accetto di respirare lo scarico dei motori diesel dei SUV e questo fa parte di ciò che consideriamo accettabile. Sono sicuro che fra 20 anni ci guarderemo indietro e ci diremo: ti ricordi quando accettavamo di respirare quella roba? Quanto stupidi eravamo? Questa è una delle grandi trasformazioni nelle percezioni che vivremo in modo esponenziale. Dobbiamo fare ancora molta ricerca per rompere sistemi resilienti di queste dimensioni. ”

La conferenza è ormai finita ma non i nostri impegni svedesi. Per la stessa sera infatti Pella e i suoi colleghi hanno organizzato una serata dal nome ‘Transition in other countries: how do they do it?’ in cui io, Juan e Monica raccontiamo un po’ cosa succede nei nostri paesi per poi divertirci e scambiare qualche chiacchiera con i locals.

La cosa divertente è che appena arrivo incontro Nicola, un ragazzo italiano che da anni vive a Stoccolma e che dopo una mezz’oretta che parliamo assieme si meraviglia: ‘ah ma sei di Santorso in Transizione? Ma dai! Raccontami com’è vivere in un VERO paese di Transizione!’ Ci eravamo anche sentiti al telefono qualche anno prima, è proprio piccolo il mondo.

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E così ancora una volta, lontano dal centro città e dagli spazi iper tecnologici, ritrovo questa calda sensazione famigliare nonostante non conosca quasi nessuno. In cerchio raccontiamo un po’ le nostre storie, facciamo qualche gioco assieme e celebriamo.

Ah, e come vuole la tradizione svedese, quando ci si ritrova in cerchio, si lanciano i propri stivali al centro, et voila!IMG_0266

Giulio Pesenti Campagnoni

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