Viaggio nella Transizione Interiore: come è andata?

 

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Di Federica Frison

Transizione interiore: ce n’è il tempo?

Le evidenze ed i dati scientifici ci dicono che i sintomi della terra sono in rapido peggioramento. Persino Leonardo Di Caprio nel documentario “Before the flood” ci avverte angosciato che questo nostro mondo è per davvero un Titanic che sta affondando e che dobbiamo fare in fretta, molto in fretta per cercare di evitarlo. A che serve, dunque, spostare lo sguardo nel mondo interno, quando là fuori c’è tanto da fare e velocemente? Abbiamo provato a capirlo in un weekend di workshop con Ellen Bermann ed in compagnia di una natura colorata e mutevole.

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Con la rugiada fredda del mattino ci siamo dichiarati disponibili ad accogliere quanto sarebbe emerso, ad accettare che di fronte alla paura di alcune realtà, difendersi – scappando, combattendo o immobilizzandoci – è fisiologico, l’importante è non lasciarsi ingabbiare da uno schema rigido e ripetitivo di reazione. Abbiamo capito che non si esce da una scarsità con una compensazione, né con un giudizio che separa, ma che bisogna creativamente tendere alla ricerca di una danza infinita che integri le polarità. Non si tratta di scegliere tra essere o fare, amore o volontà, ma di mettere insieme le cose. Come al Maggiociondolo (agriturismo che ha ospitato questo nostro viaggio), dove sostenibilità e calore hanno convissuto piacevolmente grazie a stufe e pannelli solari e dove goloso e sano hanno trovato modi magici di combinarsi nelle torte di Marco e nelle zuppe di Erica.

Protetti da una coperta di nebbia, abbiamo tirato fuori paure, rabbie, tristezze e vuoti, riuscendo a vedere la fertilità delle lacrime e la potenza della condivisione profonda.

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Scaldati dal riverbero del sole abbiamo ripreso la Danza dell’Olmo (ideata da Joanna Macy per sanare le ferite degli uomini esiliati dai boschi radioattivi dopo Chernobyl) come modo per curare le ferite di un sistema malsano: “uomo che danneggia – natura che si ammala – uomo che perde l’accoglienza sicura della sua casa” e abbiamo inviato energie e pensieri positivi di guarigione. Quanto abbiamo cantato e ballato in questi giorni! Quanta energia!

Avvolti da una luce bianca quasi irreale, abbiamo meditato sulla preziosità del nostro essere e della sua manifestazione, il corpo, anche lui parte di questo mondo naturale la cui evoluzione è talmente un miracolo che non dovrebbe mai smettere di stupirci. Ce ne siamo presi cura, riflettendo insieme sull’importanza che la capacità di rispetto cominci da noi: imparare a far star bene noi stessi come il primo cerchio di un sasso lanciato in un lago che seguita ad ampliarsi fino a desiderare intensamente di far star bene la terra. E tenere a mente che dal primo cerchio all’ultimo, sempre lago è: siamo un tutt’uno noi, gli altri, la terra (“In lak’ech”). Al cuore del prendersi cura sta l’assumersi la responsabilità.

Per questo motivo, in un lungo abbraccio collettivo, abbiamo concluso il nostro viaggio assumendoci ciascuno un impegno, una promessa da mantenere nel brevissimo termine, per cominciare a cambiare il mondo, oggi.

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