Primi passi di RiEconomy a Santorso

All’inizio eravamo un po’ timorosi di parlare pubblicamente di temi come i limiti della crescita e del picco del petrolio, soprattutto in un contesto industriale come il nostro. Come l’avrebbero presa gli imprenditori, gli industriali e i commercianti? Come potevamo portare queste problematiche difficili senza offrire risposte o un piano pronto e attuabile per contrastarle?

Con il tempo però la percezione è cambiata. Siamo oggi convinti che costruire resilienza in un ambiente imprenditoriale possa liberare un immenso potenziale latente e accelerare l’evoluzione verso un modello economico circolare e sostenibile.

Se siete nuovi al concetto di resilienza, prendetevi qualche minuto per guardare questo video. Parla di resilienza e punti di svolta in un sistema foresta, ma le stesse considerazioni valgono per qualsiasi altro sistema vi venga in mente – un’azienda, una nazione, il mondo della finanza, etc.. 

Se osserviamo per un momento il territorio di Santorso e dell’AltoVicentino non possiamo non notare:

  • l’enorme presenza di esperti di ogni settore (ingegneri, architetti, coltivatori, artigiani, psicologi, economisti, educatori, giovani laureati, etc..)
  • un diffuso spirito imprenditoriale che spinge fortemente la ricerca, la sperimentazione e l’innovazione
  • una cultura profondamente legata al territorio, le tradizioni, l’ambiente e la sostenibilità
  • una notevole quantità di risorse finanziarie che, anche se sempre più debole per colpa della crisi economica, è alla continua ricerca di nuove e più affidabili opportunità di investimento.

In una situazione come questa, ci siamo chiesti se sia possibile immaginare le persone, le imprese e le istituzioni ripensare assieme il proprio modello economico locale e dar vita ad attività economiche che generino benessere ed equità sociale, prosperino in condizioni di crisi energetica o climatica, e in una tale simbiosi da permetterle di non produrre rifiuti e inquinamento.

Per noi la risposta è ‘si’ e alcuni strumenti che usiamo nella rete della Transizione potrebbero venirci in aiuto. A Santorso, in particolare, c’è un’insolita densità di persone molto consapevoli dei temi e degli strumenti che utilizziamo; spingere i ragionamenti da una piccola nicchia ad un contesto territoriale potrebbe essere quindi la naturale evoluzione di quest’avventura, un’evoluzione di cui alcuni di noi sentono necessità e urgenza. Sappiamo bene che una transizione economica non può avvenire da un giorno all’altro, servono decenni, ma non varrebbe la pena di muovere i primi passi fin da subito?

Sono state queste riflessioni a spingerci, negli ultimi mesi dello scorso anno, a progettare un percorso di coinvolgimento della comunità sui temi dell’economia e della resilienza. Iniziare la ‘RiEconomy’, come la chiamano gli inglesi.

L’intervista

Avevamo subito bisogno di qualche parere, così ci siamo riservati un paio di settimane per condurre alcune interviste, sia tra gli amici transizionisti che tra persone coinvolte nella sfera commerciale, industriale e politica della zona. Abbiamo chiesto se avevano mai pensato al loro paese e al loro lavoro fra 10 o 20 anni, come se lo immaginavano e cosa vedevano di diverso rispetto a quello di oggi.

Dopo aver spiegato della nostra intenzione di iniziare un percorso improntato sull’economia, cercavamo di intuire le loro aspettative, i desideri e cosa li avrebbe spinti a partecipare.

Per molti degli intervistati era la prima volta che provavano a immaginare la loro vita fra 10 o 20 anni. E se già era difficile riuscirci con la propria vita personale e familiare, per quella di comunità o dell’economia di un paese intero prospettavano solo qualche idea vaga (qualche pista ciclabile in più, auto e bici elettriche..). Per quanto riguarda il presente, invece, quasi tutti si dicevano molto consapevoli della gravità della crisi economica attuale.

Uno degli intervistati ci confidò che il suo sogno era quello di vedere i commercianti e gli imprenditori del paese riunirsi in una rete di fiducia e di mutuo aiuto, per diventare più coesi, abili e, perché no?, felici. Il fatto che questa rete fosse assente, come lo è purtroppo anche tra vicini di casa e colleghi, gli dava tristezza.

Le interviste andavano generando anche un certo interesse per il fatto che qualcosa di simile potesse prendere vita nel proprio paese. Molti avevano bisogno di maggior chiarezza, altri lo consideravano un progetto affascinante ma utopistico, altri ancora si erano subito detti pronti a dare una mano.

Il messaggio era chiaro: sarebbe stato necessario lavorare molto sulle informazioni, portare nuovi punti di vista ed esempi di modelli economici diversi, creando uno spazio adeguato dove le persone potessero confrontarsi e avvicinarsi di più a questi argomenti, troppo spesso percepiti come distanti e noiosi.

Abbiamo allora pensato di fare un primo tentativo con un percorso diviso in 3 fasi: un ‘rieconomy talk’, una giornata di workshop e un Open Space finale di due giorni.

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Il talk

Tutto è cominciato con una serata in classico stile transizionista, alla ricerca del giusto equilibrio tra presentazioni in powerpoint, momenti di incontro, di gioco e di riflessione. Sono venute circa una quarantina di persone all’evento, per la maggior parte volti noti e qualche curioso.

La teoria del secchio bucato, l’effetto moltiplicatore locale, la baseline economica,le monete locali… un po’ alla volta tutte le teorie e le pratiche più interessanti della ri-economy venivano snocciolate per essere riconsiderate rispetto alla nostra realtà locale.

Ci siamo chiesti, ad esempio, quanti soldi fuoriescono dal nostro territorio ogni anno e gli effetti provocati da tale mancanza. Con l’aiuto dei dati ISTAT abbiamo fatto due calcoli, scoprendo che le circa 1470 famiglie di Santorso spendono ogni anno 2 mila euro in consumi energetici domestici, 2.8 milioni se consideriamo la spesa del paese intero. Quindi 2.8 milioni di euro che scappano dal paese ogni anno, indebolendo la nostra economia e aumentando la dipendenza da fonti energetiche lontane, come gas e metano. Quanti posti di lavoro si potrebbero creare con 2.8 milioni di euro? Come potremmo, ad esempio, investire diversamente queste risorse per aumentare la resilienza energetica degli edifici residenziali e industriali e al contempo creare nuovi posti di lavoro e diminuire le emissioni di anidride carbonica?

Se poi volessimo allargare il ragionamento ai trasporti (circa 7.4 milioni) e al cibo (7.8 milioni) troveremmo circa 18 milioni di euro all’anno spesi in beni provenienti dall’estero, una quantità enorme.

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Analizzare i flussi economici locali permette non solo di ricercare nuovi percorsi e possibilità, ma ha anche l’importante effetto di dimostrare come siamo collettivamente responsabili di ciò che accade attorno a noi.

Pensate per un momento a quanto del vostro stipendio viene speso in prodotti locali e quanto in prodotti provenienti dall’estero. Pensate anche ai vostri risparmi: sapete dove si trovano, come vengono utilizzati e da chi? Stanno sostenendo l’economia in cui vivete? E se si, sostengono un’economia che contribuisce alla rigenerazione del territorio o una che lo indebolisce?

Una volta che ci accorgiamo di come questo denaro sia già presente nella nostra comunità e di come ogni anno vada perso, potremmo allora cercare soluzioni per trattenerlo in modo che favorisca la nascita di nuovi posti di lavoro e attività economiche resilienti. Senza attendere leggi, fondi europei e interventi statali, quindi, potremmo mobilitarci per assicurare a noi e alle prossime generazioni le condizioni e le capacità per prosperare nell’imminente futuro. Un futuro che sappiamo bene essere molto più locale e meno energivoro rispetto a quello attuale.

È da tenere a mente che questi dati sono stime ed è bene prenderli con le pinze. Allo stesso tempo, però, ci possono dire molto delle opportunità presenti e di cui non ci accorgiamo.

Il motivo per cui non siamo in grado di renderci conto e di sfruttare queste opportunità, inoltre, è conosciuto: manca una rete di fiducia e dialogo, sistemi di feedback e di apprendimento continuo, strumenti di facilitazione e di co-progettazione, una visione sistemica e collettiva del futuro. Sono queste le lacune che la RiEconomy vuole aiutare a colmare.

Il workshop

Fin dall’inizio ci aveva colto una strana sensazione di deja-vu, di provare delle emozioni simili a quelle vissute 5 anni prima quando stavamo tentando di dar vita a Santorso in Transizione. Come allora, anche oggi abbiamo a che fare con concetti nuovi e complicati, poche risorse a cui attingere (quasi sempre in lingua inglese) e poca esperienza da parte nostra. Ma soprattutto, non sapevamo a chi poteva interessare un percorso del genere e come contattarlo.

Per questo motivo avevamo previsto, due settimane più tardi, una giornata di workshop al MegaHub di Schio, una giovane e dinamica realtà del territorio che offre formazione, spazi di condivisione e co-working.

Se avete partecipato a qualche transition day o transition training potreste avere un’idea di come ci eravamo organizzati. Discussioni in World cafè, attività di ecologia profonda, visioning… Tutto ciò che ci serviva per conoscerci, condividere le nostre conoscenze e ragionare insieme su come intraprendere un esperimento di questa portata nel nostro territorio.

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Uno degli spunti interessanti emersi durante il world cafè riguardava il tema del ‘gruppo guida’. Sappiamo infatti quanto sia importante la presenza di un piccolo gruppo di persone consapevoli e motivate che abbiano il coraggio di muovere da soli i primi passi ed esplorare nuovi ‘territori’. Solitamente queste persone dedicano un certo periodo di tempo per studiare bene gli argomenti, discuterli assieme e elaborare strategie per sensibilizzare e coinvolgere la cittadinanza. Nella transizione, solitamente, il gruppo decide fin da subito anche il momento in cui sciogliersi, una volta raggiunto l’obiettivo. Durante questo workshop c’era molta curiosità e attenzione, ma probabilmente pochi se la sarebbero sentita di far parte di un eventuale gruppo di approfondimento sulla RiEconomy. Qualcuno proponeva piuttosto di creare un gruppo nazionale di ricerca e studio, in modo da coinvolgere anche le altre iniziative italiane e accelerare la diffusione di questi nuovi temi.

È stato discusso, inoltre, di come sensibilizzare le amministrazioni pubbliche e le imprese,  sviluppare le conoscenze e le capacità che ci servono, comunicare meglio quello che già accade nel nostro territorio, e così via..

Proporre tante attività e tavoli di lavoro in una sola giornata ha reso il tutto forse un po’ troppo frenetico e caotico, la carne al fuoco era tanta e i partecipanti avevano appena cominciato ad esplorare queste nuove questioni. Siamo riusciti comunque nell’intento di creare un terreno e un linguaggio comune, elementi indispensabili per arrivare preparati al terzo e ultimo evento.

L’Open Space 

Questi percorsi, quando iniziano, diventano spesso imprevedibili e sanno riservare molte sorprese. Una di queste ci si è presentata durante l’intervista con Ivano, un imprenditore di Santorso che conosceva da tempo la transizione senza però parteciparvi attivamente. Quando gli abbiamo parlato della rieconomy c’è stata subito intesa e grande interesse, tanto che si è offerto di ospitare il weekend dell’Open Space negli uffici e nel reparto produzione della sua impresa.Questo contesto ha saputo influenzare molto l’atmosfera e le conversazioni conferendovi un senso di concretezza e responsabilità.

Tra i presenti c’erano anche alcuni ingegneri, imprenditori e consulenti che, anche se non avevano partecipato ai primi due incontri, afferrarono immediatamente il concetto della resilienza e si fiondarono alla ricerca di soluzioni per alcuni dei temi emersi: mappature economiche del territorio, energia, agricoltura, rapporti aziendali, comunicazione e molti altri. Se volete maggiori dettagli date un’occhiata all’istant report.

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Uno dei concetti chiave emerso dai tavoli di discussione, è il fatto che la profonda connessione tra i diversi temi proposti dimostra l’inadeguatezza e l’insufficienza delle tanto ricercate “soluzioni concrete”. In effetti, qualsiasi soluzione applicata ad uno specifico problema può rivelarsi, oltre che insufficiente, potenzialmente pericolosa.

Nel tavolo della mappatura economica, ad esempio, ci si chiedeva quali sarebbero stati gli effetti di un ipotetico successo nel trattenere i flussi di denaro nel territorio. Se questi soldi venissero usati per costruire nuove case, strade o convertito i pochi terreni agricoli rimasti in cemento o asfalto, avrebbero eroso ulteriormente la capacità di carico del territorio. Il risultato sarebbe stato un immediato beneficio in termini di PIL ma anche  la certezza di ritrovarsi con problemi ancora più seri in futuro. La massima ‘I problemi di oggi nascono dalle soluzioni di ieri’  è piuttosto azzeccata in questo caso.

Era quindi evidente a tutti la necessità di integrare le soluzioni e le ‘buone pratiche’ ad un profondo cambiamento di mentalità e consapevolezza, capace di comprendere la complessità del mondo e basarsi su veri principi di sostenibilità e resilienza.

Questo però rende tutto ancora più complicato. Come si fa? Da dove si comincia? A chi spetta questo compito?

Sono domande che ci daranno filo da torcere nei prossimi tempi..

E ora?

Sono passati alcuni mesi dal termine dell’Open Space, tanto ci è voluto per celebrare il lavoro svolto, recuperare le energie e riflettere su cosa ha funzionato o meno.

È stato interessante ragionare sulla resilienza di un sistema complesso come quello economico, fatto di una miriade di persone e organizzazioni connesse da legami invisibili che si estendono da casa nostra al mondo intero, ed è stato bello farlo assieme agli amici e alle persone che vivono nella nostra stessa cittadina.

Se da una parte ci sono diverse consonanze con le prime fasi di un’iniziativa di transizione classica, dall’altra ci sono anche enormi differenze. Non ci sono libri o manuali a cui rivolgersi per cui ogni volta che si tenta qualcosa è un salto nel buio, ogni volta è una grande occasione per imparare e maturare insieme.

Siamo entusiasti di aver aperto un nuovo capitolo nella lunga storia verso la resilienza e di averlo iniziato con tanti nuovi compagni di viaggio. Vediamo dove ci porterà..

Un grazie particolare al Comune di Santorso per il supporto e la pazienza, al MegaHub per la fiducia, ad EcoZema per le sue immancabili stoviglie biodegradabili, a Ivano, Moreno e tutti i collaboratori della Modelleria Pozzan per l’ospitalità e l’allegria, alla nostra Giulia per i numeri kubrickiani, a Kadez e la sua biro e a tutti quelli che hanno trovato il coraggio e un po’ di follia per partecipare a questi esperimenti. Grazie infinite.

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Per chi vuole approfondire:

1) Il contesto della Transizione

▪Una panoramica delle sfide energetiche (e non solo) che ci troviamo ad affrontare: https://www.youtube.com/watch?v=VOMWzjrRiBg  (sottotitoli in italiano)

▪L’approccio della Transizione: https://www.youtube.com/watch?v=dYHLv5z4RBw (sottotitoli in italiano)

2) Il contesto della RiEconomy

http://www.rieconomy.org

▪video: https://www.youtube.com/watch?v=kNevnme8Egk (in italiano)

▪mappatura dell’economia locale: http://www.reconomy.org/leadership-projects/evaluate-the-economic-potential-of-your-new-economy/

▪esempi di imprese di Transizione: http://www.reconomy.org/inspiring-enterprises/

http://www.reconomy.org/wp-content/uploads/2014/05/Italian-REconomy-case-studies-Italian-detail.pdf

3) Costruire resilienza

▪Transizione Agroalimentare: http://www.indipendenzaenergetica.it/wp-content/uploads/2015/02/La-Transizione-Agroalimentare-Verso-Un-Modello-Indipendente-Dai-Combustibii-Fossili.pdf

▪Guida per amministratori locali: http://www.indipendenzaenergetica.it/doc/Post.Carbon.Cities-ITA-file.per.uso.sul.web.pdf

4) Economia

▪Molti studi ed esempi sull’economia circolare: http://www.ellenmacarthurfoundation.org/publications

▪New Economic Foundation (NEF): http://www.neweconomics.org

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Una risposta a Primi passi di RiEconomy a Santorso

  1. Questo e’ un tema che mi sta particolarmente a cuore. Vi scrivo dal Burkina Faso dove insegno a costruirr cucine, forni solari, stufr a pirolisi e altro ancora. Faccio parte di ingegnieri srnza frontiere e vogliamo che i saperi e le conoscenze diventino patrimonio di tutti e non al servizio delle multinazionali. Un altro mondo e’posdibile!

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