Sophy Banks in visita a Santorso

(I primi giorni di luglio abbiamo avuto l’onore di avere come ospite a Santorso uno dei 3 fondatori del movimento della Transizione, Sophy Banks- gli altri due, come forse saprete, sono Rob Hopkins e Naresh Giangrande. È grazie a Sophy se l’esperimento di Transizione non si è limitato al ‘fare, fare, fare’ ma ha considerato un altro aspetto estremamente importante e profondo: il nostro mondo interiore. Un paio di video tradotti in italiano di Sophy in cui spiega meglio che cosa intendiamo per mondo interiore, li trovate qui: 1 e 2. Qui sotto, invece, la storia della serata passata assieme vista dagli occhi, ancora una volta, della nostra Rachele. Buona lettura!)

“Passaporto, prego.”

“Ecco.”

“Sophy Banks?”

“In persona.”

“Professione: Transizione Interiore …  E che roba sarebbe? Da dove viene lei?”

“Dalla Transition Town Totnes!”

“Se lo dice lei … benvenuta a Santorso.”

Ho conosciuto Sophy Banks in modo piuttosto brusco e … sonoro! Non la vidi. La sentii. (E forse un po’ troppo forte.) Il suo richiamo mi fece “transitare”, alle 10 passate, da un letto di un protratto sonno vacanziero al pavimento di un risveglio memore delle levatacce scolastiche.

E, per assicurarsi che non ricadessi nel soffice oblio del mio cuscino, ecco il secondo suono del campanello a sancire l’improrogabile inizio della giornata. Sollevai le persiane e, sbirciando dal privato del mio pigiama, mi accinsi ad identificare il malefico artefice del mio risveglio. Nessuno. Non c’era anima viva (solo una me mezza morta).

Poi un vociare non appiattito dalla pur opprimente afa estiva. Come non riconoscere le voci dell’allegra brigata transizionista santorsiana? E tra queste, una voce nuova, squillante sopra il nostro dialetto tutto vocali chiuse. Corsi ad affacciarmi alla finestra sul retro di casa appena in tempo per vedere l’allegra brigata allontanarsi. Insomma: una toccata (e sveglia) e fuga!

Sophy Banks a Santorso! A suonare al mio campanello! E io non le avevo aperto … Il profondo odio per quella levataccia se ne era già tornato, sopito, sotto le coperte lasciandomi fremente di dare un volto a quella voce da usignolo.

Tra una fantasticheria e l’altra, ogni tanto mi capitava di ricordare quel mattiniero campanello e, alla fine, per frenare l’impulso di dire parole non proprio appartenenti al repertorio del galateo a quella manciata di turbatori della quiete, decisi di sfogarmi facendo una torta. Una buona torta da mangiare quella sera stessa, alla cena della grande famiglia di cognome Transizione per celebrare (io un po’ meno) la venuta di Sophy.

Dopo una torta, qualche muffin e una manciata di minuti, ecco giunto il momento! Mi incamminai armata di torta e cuscino verso la casa di Paolino che, per quella sera, si sarebbe trasformata in un luogo incantato. Per strada incontrai personaggi illustri, come l’egregio permacultore ( e, udite udite, chitarrista!) Pianalto,  che accorrevano a mangiar con noi bigoli fatti in casa. Questa volta fu il mio turno di suonare il campanello e … quale sorpresa vederli tutti lì, così tanti compagni sorridenti in un sol posto che non riuscivo a realizzare come in un così piccolo angolo di Terra potesse concentrarsi tanta felicità senza esplodere e travolgere il mondo. Dopo i rituali baci (tre! Elisa, tre baci!) i miei occhi caddero sul motivo di tanto affaccendarsi: Sophy. Subito non l’avevo notata. Buon segno: era già parte di noi, non una persona diversa che ci abbaglia dall’alto del suo trono di fama e conoscenza.

“Tutti a tavola!” O, meglio: “Tutti per terra!”, seduti in cerchio su cuscini, sotto un frondoso porticato sbaluginante di candele appese al “soffitto”. Che atmosfera! Ma nulla in confronto a quando tutti avemmo sotto il naso, a portata di forchetta, un fumante piatto di bigoli preparati dai mastri chef nonni di Paolino! Che bontà!

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“Mai mangiati bigoli così buoni!” dichiara Ambra quasi con le lacrime agli occhi. La maggior parte non  si esprime così esplicitamente ma cela lo stesso pensiero supplicando un altrettanto eloquente “Bis!”. E poi un meritato applauso ai cuochi. E le conversazioni tra un boccone e l’altro: non so come Sophy sia riuscita a finire il suo piatto perché veniva continuamente braccata in una nuova discussione non appena aveva terminato la precedente ed era in procinto di portar alla bocca l’agognata pasta. Non mi escludo dai molesti conversatori. Ammetto che rimasi stupita ( e che trovai la risposta a come Sophy riuscì a finire il suo piatto): dopo un paio di domande di convenzione (alle quali credo ormai fosse stanca di rispondere) fu lei a chiedermi di noi, del nostro gruppo, di cosa facciamo e come ci troviamo insieme. Non mi aspettavo un così sincero interesse per la nostra comunità, pensavo di aver solo da ascoltare e imparare da Sophy, non di essere ascoltata: le avrà sentite tutte ormai, cosa ho io da dirle … e invece … Fu così che Sophy finì il suo piatto mentre io ero ancora a metà del mio.

Dopo qualche (o più di qualche) bicchiere di vino e di ottima birra del nostro mastro birraio Stefano, l’atmosfera si fece abbastanza allegra (eh sì, ancor più di prima!) per dare inizio alle danze. Ultime deglutizioni e schiarimenti di voce, fuori le chitarre ed ecco sciorinata la più strampalata compilation di musica italiana davanti a un’attonita Sophy che cercava di capirci qualcosa. Dopo “La canzone del sole” cantata in stile Vasco, lo spaesamento della nostra ospite si fece tale da indurmi a darle una spiegazione. Finalmente parte dei nostri, Sophy si propose per cantarci una canzone. Ed eccola! La voce da usignolo di quella mattina! (A proposito, perché non nascano incomprensioni e non si accusi l’innocente Sophy di avermi svegliata, devo dichiarare che non fu il suo dito a imprimere sul mio campanello la pressione sufficiente a svegliarmi … taccio il nome del reale malfattore che spero di aver fatto già abbastanza pentire). E che canzone ci ha cantato! Assassini, morti, amori traditi e risate sadiche. Devo ammetterlo, Sophy, mi hai proprio stupita.

Rachele

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